Trattative ancora in alto mare
Sud Sudan. Un altro anniversario senza pace

Il 9 luglio il Sud Sudan ha ricordato il settimo anniversario della sua indipendenza. Ma le celebrazioni ufficiali anche quest’anno sono state cancellate. Per motivi economici, certo. Il governo non ha fondi neanche per pagare gli stipendi. Ma il segno è chiaro. Non c’è proprio nulla da festeggiare nel paese martoriato da quasi cinque anni di guerra civile, non ancora, almeno, e tutto fa pensare neppure nel prossimo futuro.

Anche le trattative itineranti che si stanno svolgendo in queste ultime settimane sembrano infatti ormai fallite. L’IGAD, l’organizzazione regionale che dallo scoppio della guerra civile, nel dicembre del 2013, sta mediando tra le forze combattenti, dopo il sostanziale nulla di fatto dello scorso round che si è svolto in maggio ad Addis Abeba, ha delegato agli stati membri il compito di tentare di risolvere la situazione.

Ci ha provato il nuovo primo ministro etiopico, ed è stato un fallimento. E’ riuscito sì a far sedere nella stessa stanza il presidente Salva Kiir e il suo ex vice presidente, Riek Machar, ora maggior esponente dell’opposizione armata. Ma i due, che si vedevano per la prima volta dopo due anni, hanno usato l’occasione per accusarsi reciprocamente del tragico fallimento degli accordi di pace firmati nell’agosto del 2015. Neppure una parola è stata spesa, si dice, per discutere i tanti nodi da risolvere per riportare la pace nel paese.

Poi la palla è passata a Khartoum dove Kiir e Machar, insieme ai presidenti di Sudan e Uganda, Omar Hassan al-Bashir e Yoweri Museveni, hanno discusso soprattutto di questioni di sicurezza, e di come rimettere in funzione i pozzi petroliferi, problema essenziale per affrontare la crisi economica sudanese dal momento della secessione del Sud Sudan. Un risultato sembrava essere stato raggiunto: un cessate il fuoco permamente, entrato in vigore sabato 30 giugno... e violato platealmente nei giorni successivi, come di routine in questa guerra civile, in cui le parti combattenti sembrano refrattarie al rispetto sul campo di ogni accordo raggiunto faticosamente al tavolo negoziale.

Le questioni relative alla governance sono state discusse la scorsa settimana a Entebbe, in Uganda. Le dichiarazioni ufficiali dicevano di un accordo raggiunto sulla condivisione del potere e sottolineavano che Machar avrebbe ripreso la sua posizione di primo vicepresidente - da cui era stato estromesso manu militari nel luglio del 2016 - in una compagine governativa che doveva essere composta da altri 3 vicepresidenti e 45 ministri invece della trentina del governo attuale. Gonfiato a dismisura anche il parlamento, in un esercizio che si era limitato a sommare agli attuali posti, quelli destinati all’opposizione.

Le critiche non si sono fatte attendere. Lo stesso movimento di Machar (SPLM-Io), ha sconfessato le dichiarazioni ufficiali dicendo che gli accordi vantati erano solo verbali; nulla di scritto era stato firmato. Il comunicato prosegue sottolinenado che “la proposta ha il solo obiettivo di distribuire posti ai politici e ignora le riforme necessarie al fine di cambiare radicalmente il nostro paese. L’SPLM/SPLA (IO) non sta combattendo una lotta tanto lunga per avere la posizione di primo vicepresidente, ma per il futuro del paese”.

Infine è arrivata la dichiarazione del gruppo di eminenti politici che erano stati arrestati nei primi giorni della guerra civile e poi mandati in esilio. Si sono tenuti fuori dalla lotta armata e hanno fatto opposizione sul piano politico. Il loro referente, Pagan Amun, era il segretario generale dell’SPLM, il movimento di liberazione ancora al potere in Sud Sudan, prima di essere estromesso da un decreto presidenziale. In occasione dell’anniversario dell’indipendenza Amun ha diffuso la posizione del suo gruppo, mettendo con ogni probabilità una pietra tombale sul processo negoziale in atto, sollevando dubbi sullo stesso ruolo dell’Igad e chiedendo all’Unione Africana e ad altri attori della comunità internazionale di intensificare gli sforzi a sostegno del processo di pace.

Amun dice chiaramente che la modalità scelta per questo round di trattative manca di trasparenza e di inclusività. Infatti solo Kiir e Machar ne sono stati coinvolti, in colloqui a porte chiuse con i presidenti sudanese ed ugandese, e su questo già si erano espressi molto negativamente gli altri gruppi di opposizione e le reti della società civile. Osserva inoltre che sia Khartoum che Kampala hanno i loro propri interessi contrapposti da difendere, soprattutto sul piano economico, ma non solo, e dunque sono ben poco credibili come mediatori indipendenti.

Sta di fatto che Khartoum, che tiene per ora il bandolo dell’intricata matassa negoziale, ha prolungato i colloqui fino a domani, 12 luglio, mentre già il 9 le delegazioni avrebbero dovuto spostarsi in Kenya, altro paese chiacchierato per il suo ruolo non trasparente nella guerra civile sud sudanese.
Insomma, la soluzione della crisi sud sudanese sembra essere ancora lontana.