Attacchi agli immigrati africani
Sudafrica, la rabbia e i sogni infranti

Parlare delle violenze in Sudafrica nei confronti degli immigrati, richiede opera di decostruzione. Cosa ormai in corso già dal 2008, quando il fenomeno cominciò ad assumere le connotazioni estreme che conosciamo oggi. Decostruzione che vuol dire superare le motivazioni ufficiali e dimostrare che la “giustificazione” trovata per questi assalti in realtà è falsa. Del tutto o quasi.

L’accusa principale è quella che gli immigrati portino via il lavoro agli autoctoni e che siano dediti ad attività criminali che minano la sicurezza sociale. Sarebbero queste convinzioni a scatenare periodicamente attacchi violenti verso gli immigrati (neri) e a saccheggiarne le case e le piccole attività commerciali. Ma le cose stanno veramente così?

Il presidente Cyril Ramaphosa - che per la prima volta da quando è stato eletto, nel febbraio 2018, si trova ad affrontare l’annoso problema, tra l’altro a poche settimane dalle elezioni generali del 8 maggio che potrebbero portarlo a una riconferma - ha parlato chiaramente alla nazione, chiedendo di ricordare l’apporto dato da altri stati (e cittadini) africani nella lotta all’apartheid e affermando che tale violenza è inaccettabile e «non ci appartiene».

La storia

A metà degli anni ‘90, abolito il regime segregazionista bianco, anche le frontiere risentirono del cambiamento e della ritrovata libertà. Cominciarono quindi ad affluire immigrati dai paesi limitrofi e le cose non andarono male. Almeno nei primi tempi. Presero a cambiare, guarda caso, quando nel 2008 si verificò la prima crisi economica della nuova era del Sudafrica, con le conseguenze note. E che portò a galla alcune questioni: ineguaglianza sociale, precariato, disoccupazione, inflazione.

Questo non impedì di accogliere la nazione arcobaleno nel gruppo dei Brics che comprende i paesi emergenti, locomotiva dello sviluppo economico mondiale. Alcuni, in realtà, osservarono che la presenza del Sudafrica nel gruppo fosse dovuto alla volontà politica (e diplomatica) di inserirvi un paese africano.

Comunque sia, è indubbio che il paese di Mandela sia stato, almeno fino a qualche anno fa, una delle economie trainanti del continente (dopo quella della Nigeria), con un Prodotto interno lordo pari a 349,4 miliardi di dollari nel 2017. È anche vero, però, che il tasso di disoccupazione è sempre stato l’elemento più preoccupante per tutti i governi (sempre guidati dall’Anc - Africa national congress) che si sono succeduti da Mandela in poi. Oggi la disoccupazione è salita al 27,1%.

I numeri

Ma quanti sarebbero questi immigrati che “rubano” posti di lavoro ai giovani che non riescono a trovarne? Anche se in questi anni politici e media locali hanno giocato a tirare acqua al loro mulino e a “gonfiare” le cifre, in realtà gli unici dati concreti e ufficiali sono quelli del censimento 2011, secondo il quale, a quella data, gli immigrati erano 2.2 milioni su una popolazione di 52 milioni di persone (oggi i sudafricani sono quasi 58 milioni). Secondo gli osservatori il numero degli immigrati in questi anni non sarebbe aumentato di molto.

Questi lavoratori si sono fatti spazio nel settore dei servizi, ma soprattutto hanno messo in piedi piccole imprese private e piccoli negozi. Il 75% degli immigrati proviene da altri paesi africani ed è verso di loro (non verso la restante percentuale di asiatici o altre nazionalità) che si esprime la furia che ciclicamente esplode.

Dopo il caso del 2008 (60 il numero delle vittime), va ricordato quanto accadde nel 2015 nella provincia KwaZulu-Natal (7 vittime e 5.000 costrette a lasciare le loro case, averi, negozietti). Gli ultimi eccessi di violenza risalgono a pochi giorni fa a Durban e hanno provocato 3 morti e numerosi saccheggi.

Anche l’accusa di criminalità non reggerebbe, vista l'assenza di dati inequivocabili rilasciati dalla polizia (Saps - South african police service) che accertino che a commettere crimini siano soprattutto immigrati. Di fatto - ricorda l’organizzazione non-profit Africa Check - aumenta il crimine, gli omicidi soprattutto: se ne contano 56 al giorno. Così come sono in aumento assalti, rapine, stupri. Tutta colpa degli immigrati?

Le aspirazioni frustrate

Una risposta indiretta risiede in una ricerca appena pubblicata da Statistic South Africa, secondo la quale il 51% dei giovani dai 18 ai 24 anni non ha possibilità economica per pagarsi gli studi e solo il 33,8% frequenta la scuola o un istituto di formazione. Questo spiega anche un altro dato preoccupante, ovvero che il 75% di chi ha un lavoro nel paese non ha i requisiti sufficienti oppure occupa un posto inferiore alle sue capacità.

Non è difficile, dunque, imputare alla frustrazione e alla rabbia la violenza che ogni tanto si affaccia e che dà sfogo all’insoddisfazione e al senso di impotenza che, anziché rivolgersi contro i palazzi della politica (o magari verso la propria incapacità di farsi spazio nella società), trova facile obiettivo nel più debole.

Ed è qui che si affaccia l’altra spiegazione. La rabbia violenta espressa potrebbe non avere strette relazioni con xenofobia (e afrofobia, come alcuni l’hanno definita) ma forse con qualcosa di più profondo: la reazione di un popolo a un sogno infranto che trova facilmente nell’“altro” una colpa che andrebbe cercata altrove. Come spesso accade. Non solo in Sudafrica.