Economie regionali a rischio
Sudafrica sotto osservazione

La Southern Africa Customs Union (SACU), l’unione doganale più antica al mondo, è sotto osservazione insieme al rand sudafricano, dopo la sua svalutazione rispetto al dollaro e in seguito all’allarme di recessione del Sudafrica, il cui Prodotto interno lordo (Pil) è in calo per il secondo trimestre consecutivo.

Namibia, Lesotho, eSwatini (ex Swaziland) e Botswana sono quattro dei cinque paesi membri della SACU le cui economie restano strettamente legate, se non dipendenti, dall’andamento economico del Sudafrica. I valori delle loro valute, infatti, seguono gli sviluppi del rand e di conseguenza registrano un certo tasso di inflazione annuo - connesso al tasso di inflazione del Sudafrica -, e le banche centrali dei tre paesi fissano tassi di interesse annui in linea con le disposizioni nazionali della South African Reserve Bank.

Il Botswana invece, escluso dalla dipendenza monetaria da Pretoria, condivide con il Sudafrica e con gli altri tre paesi le entrate derivanti dai flussi commerciali, nonché gli utili della tariffa doganale estera comune, anche se è al Sudafrica che vengono riconosciuti i meriti maggiori nella SACU, in quanto centro delle importazioni e delle esportazioni a livello interregionale e internazionale.

Economie in equilibrio

In sostanza, se un dollaro equivale a 14,41 rand sudafricani, i valori del dollaro namibiano o del loti del Lesotho non sono molto diversi (in entrambi i paesi il valore di cambio con il dollaro è di 1 a 14,34). La South African Reserve Bank ha poi abbassato quest’anno il tasso di interesse annuo al 6,50%, quindi di 0,25 punti percentuali rispetto al 6,75% del 2017, mentre la Namibia, almeno per quest’anno, sorprendentemente, ha deciso di non abbassare il suo tasso d’interesse.
Anche i tassi di inflazione annui dei quattro paesi, Botswana escluso, ad agosto dell’anno corrente hanno superato il 4%: Sudafrica ed eSwatini hanno il tasso di inflazione annuo più alto, precisamente al 4,9%, seguiti dal 4,7% del Lesotho e dal 4,4% della Namibia.

Per quanto possa sembrare complesso, il valore della valuta nazionale, il livello dell’inflazione e il tasso d’interesse annuo stabilito dalle banche centrali, hanno una notevole influenza sul Pil e sulla portata dei flussi commerciali. Perché un’economia nazionale si possa dire in salute, il tasso di inflazione deve essere bilanciato e spetta alle banche centrali tenere sotto controllo i suoi sviluppi, stabilendo anche i costi di interesse primari, quindi il costo del denaro e la quantità di moneta in circolazione che generalmente viene limitata se i prezzi subiscono un forte rialzo e maggiorata quando i prezzi calano.

Quindi se la banca centrale, in questo caso la South African Reserve Bank, decide per un abbassamento del tasso d’interesse annuo, è perché, mettendo in circolazione più moneta, vuole incoraggiare spese e investimenti, e aumentare i prezzi.

Il Pil segue la stessa logica perché, misurando il valore di tutti i beni e i servizi prodotti in un paese in un anno, cresce se il valore suddetto aumenta, quindi se c’è un aumento della domanda di beni e servizi dato dalla possibilità di spendere di più, e un conseguente aumento dei prezzi.

Proiezioni fosche

Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale per il 2018 sulla crescita del Pil per il Sudafrica non sono così appaganti, in quanto rispetto all’anno scorso dovrebbe rimanere stabile all’1% circa, mentre nei paesi vicini si ipotizzano piccoli miglioramenti. Il Pil di Namibia e Lesotho del 2017 si era persino chiuso in negativo, mentre quest’anno si attesterebbe, anche per loro, attorno all’1%.

Le preoccupazioni, al di fuori e all’interno della SACU, sono comprensibili: stando ai dati di Trading Economics, l’economia del Sudafrica è la più ingombrante con i suoi 349,42 miliardi di dollari del 2017, mentre quella dei paesi vicini è enormemente più ristretta. Basti pensare che l’economia del Botswana vale 17,41 miliardi di dollari e quella della Namibia 13,24 miliardi. Insieme insomma raggiungono a malapena un decimo del valore dell’economia sudafricana.

Il Sudafrica conserva la sua supremazia anche perché i restanti stati membri della SACU dipendono fortemente dalle sue esportazioni alimentari, energetiche e idriche - come Lesotho ed eSwatini che dal gigante sudafricano ricevono carburante - e perché il paese contribuisce più degli altri ai guadagni collegati alle accise doganali che, in quanto spartiti tra tutti i membri, rappresentano circa il 30% delle entrate annuali rispettivamente di Namibia, Botswana, Swaziland e Lesotho.

Quello che si teme e che si vuole scongiurare è che il persistere della recessione sudafricana, non solo abbia effetti negativi sull’economia nazionale, ma che coinvolga anche l’intero impianto economico-commerciale della SACU, dando filo da torcere agli stati più vulnerabili.