Darfur. Trattative di pace
Sudan, El-Bashir promesso alla Corte Penale dell’Aja

Nella foto l'ex presidente sudanese Omar Hassan El-Bashir

Omar Hassan El-Bashir potrebbe avere le ore contate. L’ex presidente del Sudan infatti, potrebbe presto essere consegnato alla Corte Penale Internazionale (CPI).
Una decisione scaturita in modo unanime dal governo di transizione (Consiglio Sovrano) e dagli ex gruppi ribelli, e annunciata l’11 febbraio a Juba, capitale del vicino Sud Sudan, dove le due parti sono impegnate nei colloqui di pace.

Il processo che lo aspetta è per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio in Darfur. «Possiamo ottenere giustizia solo se curiamo le nostre ferite» ha detto ai giornalisti Hassan al-Taishi, membro del Consiglio Sovrano. «E non possiamo curarle se non garantendo l'apparizione di coloro che si sono macchiati di certi crimini davanti alla CPI».

El-Bashir, che è ormai un personaggio scomodo per il “nuovo Sudan”, nel dicembre scorso era stato condannato da un tribunale di Khartoum, con l’accusa di corruzione, a due anni di detenzione da scontare in un centro di correzione. Certo, sono molti altri i crimini di cui è accusato, crimini accumulati negli anni, a partire da quel colpo di stato che nel 1989 lo portò al potere. Ma è il Darfur, con le sue vittime e i suoi orrori, la sua ombra nera.

Con il passare delle settimane - e degli incontri per stabilire i termini della pace e del futuro governo - pare si sia allontanata l’idea di istituire un tribunale speciale che si occupi del “caso Darfur” in casa propria. Si è fatta invece strada la decisione comune di consegnare l’ex presidente e con lui gli altri uomini raggiunti anni fa da un mandato d’arresto della Corte. Un passo che - secondo le dichiarazioni rilasciate alla stampa da alcuni membri del governo di transizione - sembra fondamentale per raggiungere una visione condivisa di quello che vuole essere oggi il Sudan.

El- Bashir si trova in un carcere della capitale da quando è stato costretto a lasciare il potere nell’aprile scorso, dopo mesi di proteste e quando anche le forze militari hanno smesso di sostenerlo. Un dubbio di queste ore riguarda proprio gli apparati della sicurezza.

Resta da capire infatti come accoglieranno la decisione di consegnare l’ex presidente, visto anche l’enorme potere acquisito dal capo delle famigerate milizie arabe janjaweed, divenute Rapid Support Forces (RSF) e tutt’oggi ancora attive contro la popolazione in Darfur. Mohamed Dagalo, conosciuto come Hemeti, è infatti l’attuale uomo di punta della rappresentanza dell’esercito nel Consiglio Sovrano. Inoltre, non sono stati spiegati i dettagli su come e quando avverrà il trasferimento dei ricercati nei Paesi Bassi.

In ogni caso, l’avvocato di El-Bashir ha rilasciato una dichiarazione: l’ex presidente rifiuterà di collaborare con la CPI che considera un “tribunale politico”. Ricordiamo che il Sudan è firmatario dello Statuto di Roma (il Trattato istitutivo della CPI) ma non lo ha mai ratificato. Nel 2005 la Corte aprì un’inchiesta sulla guerra in Darfur e nel 2009 partì l’incriminazione per El-Bashir, rinnovata nel 2010.

L’ex presidente aveva intanto già fatto sapere di non riconoscere tale giurisdizione reputandolo un organismo non imparziale ma manovrato dalle potenze occidentali. E aveva continuato a viaggiare senza paura di essere consegnato alla giustizia.

Insieme con lui furono incriminati anche quello che all’epoca era ministro degli Interni e della Difesa, Abdelrahim Mohamed Hussein e il capo della sicurezza, Ahmed Haroum. Secondo le accuse, gravi crimini furono commessi negli anni del conflitto del Darfur, cominciato nel 2002. Alla sollevazione di gruppi ribelli contro Khartoum, il governo rispose mettendo in campo i janjaweed che si sono macchiati di ogni genere di atrocità. Si stima che 300mila persone siano state uccise e 2,7 milioni siano state costretti a lasciare le proprie case.

Intanto, il Sudan continua ad essere nella lista dei paesi considerati sostenitori del terrorismo dagli Stati Uniti ma proprio la scorsa settimana il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha sollecitato la revisione di tale misura. Il processo di transizione è intanto in corso. Ci sono segnali positivi, altri dai contorni sfumati, altri ancora difficili da prevedere.

Il primo ministro Abdalla Hamdok ha spesso fatto capire che il paese vuole ed è pronto ad entrare a pieno titolo nella comunità internazionale e probabilmente la decisione di consegnare El-Bashir, oltre ad essere una mediazione tra le parti impegnate negli accordi di pace, vuole essere una prova concreta per chi dubita della direzione che prenderà il paese.

Il processo di transizione è iniziato il 5 luglio del 2019, quando il Consiglio di Transizione Militare (TMC) e le Forze della Dichiarazione di Libertà e Cambiamento (FDFC) hanno stabilito un periodo di amministrazione transitoria di 39 mesi per “costruire” il passaggio alla democrazia. Rimangono 18 mesi. Quello che accadrà in questo periodo segnerà il futuro del paese.

Non bisogna dimenticare che molti ex attori nella guerra del Darfur e persone vicine ad El-Bashir sono ancora lì e non si sa quale peso potranno ancora avere (o pretendere). Consegnare il 76enne ex presidente golpista alla Corte dell’Aja potrebbe non essere così semplice. Ma per il Sudan aver detto al mondo che merita di essere giudicato per quei crimini è un passo importante.