Assemblea degli azionisti Eni 2019
Sulle responsabilità in Africa risposte evasive

Ci sono stati tanta Africa e numerosi azionisti critici il 14 maggio a Roma, all'assemblea degli azionisti di quest'anno dell'Eni, la più importante multinazionale del nostro paese. Battendo ogni record di durata - è iniziata alle 10 del mattino di ieri e finita solo in serata dopo le 20 - l'atteso incontro ha di fatto certificato come ormai anche in Italia la società civile riesca a sfruttare tali occasioni per far sentire la propria voce su questioni di grande rilevanza socio-ambientale.

Così ai “veterani” Re:Common e Fondazione finanza etica, che l'azionariato critico lo praticano da 12 anni, si sono aggiunte varie realtà dei territori italiani dove è attiva l'Eni - in primis Val d'Agri in Basilicata, ma anche Gela e Licata in Sicilia e Taranto in Puglia - oltre alle associazioni Mediterraneo No Triv e  A Sud, già presente nel 2018 - per chiedere conto delle varie vertenze in corso.

Re:Common e Fondazione finanza etica, insieme a Global witness e Friends of the earth Mozambico/Justicia ambiental, si sono concentrate sul nutrito gruppo di casi che riguardano vari paesi africani. Sono quindi stati tirati in ballo i nutriti dossier giudiziari che chiamano in causa il Cane a sei zampe, dall'ormai “storico” OPL 245 in Nigeria, la presunta mazzetta da un miliardo pagata da Eni e Shell per mettere le mani sulla licenza di un ricchissimo blocco petrolifero offshore in Nigeria, per la quale è in corso un processo a Milano, all'inchiesta per corruzione nella Repubblica del Congo.

Alle precise domande scritte e orali di Re:Common e Global witness, la società fondata da Enrico Mattei si è trincerata dietro l'ormai linea consueta: abbiamo fatto fare un'analisi a esperti legali indipendenti e non risultano irregolarità. Sebbene abbia poi dovuto ammettere che l'ex numero due Roberto Casula - coinvolto in entrambe le vicende - non ricopre più incarichi operativi e si occupa solo di iniziative e attività di innovazione. Anche l'ex responsabile degli affari legali Massimo Mantovani è stato in pratica demansionato. Secondo la procura milanese Mantovani sarebbe il responsabile delle manovre di finto complotto legate al caso OPL 245, anch'esse oggetto di indagine penale.

Tornando a Casula, è notizia di pochi giorni fa l'emissione nei suoi confronti di un mandato di arresto internazionale da parte delle autorità nigeriane - nel paese africano è un corso un ulteriore procedimento su OPL 245 - e che il governo di Abuja ha intentato una causa civile a Eni e Shell davanti all'Alta corte di giustizia di Londra chiedendo il pagamento di 3,5 miliardi di dollari e la revoca della licenza. La cifra indicata è il valore stimato del giacimento in base all'analisi dei consulenti dell'esecutivo nigeriano.

A fare da contraltare alle bordate degli azionisti critici ci ha pensato l'ex deputato Jean Leonard Touadi, titolare di ben 50mila azioni per un controvalore di oltre 700mila euro, che ha tessuto le lodi dell'attività dell'Eni in Africa citando l'immancabile Enrico Mattei: "il petrolio è una risorsa politica", e augurandosi che Eni sappia affrontare al meglio la maledizione del petrolio in Africa. A detta sua, l'oro nero «deve diventare una benedizione e l'Africa deve essere la palestra della transizione ecologica mondiale». Insomma, i “bravi” dell'Eni devono fare da contraltare al modello predatorio cinese.

Certo, a sentire l'intervento di Ilham Rawoot dell’organizzazione Justicia ambiental! (Ja!) verrebbe da pensarla diversamente. La Rawoot ha infatti spiegato in assemblea di come Eni starebbe svolgendo un ruolo nella distruzione dei mezzi di sussistenza di migliaia di persone con il progetto Coral Lng nel nord del Mozambico o sarebbe responsabile di seri impatti ambientali in Sudafrica, dove le perforazioni petrolifere offshore hanno costretto migliaia di pescatori ad abbandonare le loro attività in mare.

Invece la vera, e forse unica, sorpresa della giornata è giunta nelle fasi finali, quando uno stanchissimo Ad Claudio Descalzi nel dare risposte alle numerose domande - per la verità in maniera non sempre così esaustiva - ha spiegato che non è proprio vero che esiste un piano per piantare 8,1 milioni di ettari di alberi esotici in Mozambico, Sudafrica, Ghana e Zimbabwe quale compensazione per i cambiamenti climatici. O meglio, non si intende piantare alberi, ma «preservare le foreste esistenti primarie e secondarie nei paesi in via di sviluppo che svolgono un ruolo cruciale nell'assorbire la CO2 nell'atmosfera e preservare la biodiversità».

Eppure nell'articolo pubblicato dal Financial Times lo scorso 15 marzo si parlava espressamente di “piantare” alberi, come confermato anche su Twitter dai giornalisti Leslie Hook e David Sheppard. Vista l'esclusiva accordata al quotidiano economico, ci appare francamente difficile che, come sostenuto da Descalzi, l'Eni sia stata mal interpretata su questa storia.