Benin
Talon, l’antidemocratico

Nella foto il presidente Patrice Talon durante la cerimonia del suo insediamento. 

Le elezioni legislative tenute lo scorso 28 aprile in Benin sono state segnate da un voto anomalo, scaturito dal fatto che per la prima volta sono stati esclusi i partiti dell’opposizione. Tale estromissione dalla tornata elettorale è stata causata da una legge adottata nel luglio dello scorso anno, che ha cambiato le norme per la registrazione, imponendo una tassa di 428mila dollari.

Inoltre, per partecipare alle elezioni è stato imposto il rilascio di un certificato di conformità, che alla fine è stato ottenuto solo dal Blocco repubblicano e dell’Unione progressista, le due formazioni politiche fedeli al presidente Patrice Talon che si sono spartite gli 83 seggi dell’Assemblea nazionale.

Un nuovo rapporto del Centro di studi strategici sull’Africa con base a Washington (Acss) ha aspramente criticato le recenti elezioni, nelle quali ha votato solo il 27% dei beniniani, meno della metà di quelli che nel 2016 hanno eletto Talon. Un’affluenza ai minimi storici causata dall’opposizione, che ha invitato gli elettori al boicottaggio dopo l’improvvida decisione della Corte costituzionale che ha consentito di far partecipare al voto solo i candidati dei partiti vicini al presidente.

Lo studio evidenzia come l’immagine del piccolo paese dell’Africa occidentale, considerato un faro di democrazia per l’Africa, sia stata scossa dalle recenti elezioni legislative, che costituiscono un tentativo di consolidare il potere esecutivo a scapito dei progressi democratici che il Benin è riuscito faticosamente a ottenere negli ultimi tre decenni.

Un esempio illuminante 

Dopo il colpo di stato che nell’ottobre 1972 portò alla presidenza il maggiore Mathieu Kerekou, ponendo fine ad un sistema presidenziale a rotazione composto da tre membri. Il paese finì sotto un governo che adottò la dottrina marxista-leninista come ideologia di stato, cambiò il nome coloniale Dahomey in Benin e nazionalizzò le banche e le industrie petrolifere.

Poi, nel 1991, è arrivato il cambiamento. Il Benin insieme allo Zambia è diventato uno dei primi paesi africani a introdurre elezioni multipartitiche che videro l’affermazione di Nicephor Dieudonné Soglo e il presidente uscente Kerekou fu il primo leader dell’Africa occidentale ad ammettere la sconfitta in un’elezione.

Negli anni successivi, l’esempio di Porto-Novo e di Lusaka è stato seguito da altri 15 paesi africani che hanno riscritto la loro Costituzione per introdurre elezioni multipartitiche. Il Benin, nel frattempo, ha goduto di quattro trasferimenti pacifici di potere, anche rieleggendo democraticamente Kerekou. Ma dopo le controverse elezioni di aprile, due degli ultimi quattro ex presidenti beniniani, Nicéphore Soglo e Thomas Boni Yayi, hanno duramente criticato il loro successore Talon per le forti restrizioni imposte ai partiti politici per partecipare alle elezioni legislative.

Il ruolo dei militari

Anche le forze di sicurezza sono finite sotto accusa per aver ucciso quattro manifestanti civili nelle proteste post-elettorali che hanno avuto luogo a Cotonou. Tuttavia, secondo l’analisi dell’Acss, la capacità di controllo di Talon sulla polizia, l’esercito e la guardia repubblicana è tutta da determinare. E non è stato ancora chiarito chi abbia materialmente dato ai militari l’ordine di aprire il fuoco sulla folla, anche se alcuni hanno direttamente accusato Talon. 

Le gerarchie militari hanno comunque reso noto che non seguiranno il presidente nella sua deriva anti-democratica né tantomeno arresteranno l’ex presidente Yayi, sfatando così il timore che aveva scatenato le proteste a Cotonou. Ciò nonostante, il report prevede che Talon continuerà a cercare di utilizzare la polizia e l’esercito per i suoi fini politici, minando il ruolo indipendente delle forze di sicurezza in una società democratica.

Nuove e vecchie sfide

Tuttavia, il presidente ha dei limiti perché per mantenere la stabilità economica di un paese, che nell’ultimo biennio è cresciuto di otre il 5%, ha bisogno di investimenti internazionali, di far crescere le importazioni e il turismo. Inoltre, sull’attuale precaria stabilità del Benin incide anche il rapimento di due escursionisti francesi lo scorso primo maggio nel parco nazionale di Pendjari, al confine con il Burkina Faso. Un chiaro segnale che si sta concretizzando il più volte ventilato rischio di infiltrazioni del terrorismo islamista dal Burkina Faso.

Se i recenti problemi politici e di sicurezza del paese spaventano i turisti e gli investimenti, Talon potrebbe trovarsi a dover gestire una situazione assai difficile. Per questo, ora dovrebbe avere tutto l’interesse a rafforzare il più rapidamente possibile la sicurezza nel nord e restituire credibilità e legittimazione alle istituzioni democratiche del suo paese.