Processo per corruzione a Milano
Tangenti Eni-Shell, iniziano gli interrogatori

Le lunghe e a tratti iper-tecniche fasi preliminari del “processo del secolo” sono finalmente terminate. Ora si entra nella fase dibattimentale, così da fare chiarezza sulla presunta tangente di 1,1 miliardi di dollari pagata nel 2011 da Eni e Shell per aggiudicarsi il ricchissimo giacimento offshore in Nigeria.

In realtà che ci sia stata corruzione lo ha già stabilito una prima sentenza, quella emessa il 20 settembre dopo il rito abbreviato chiesto da 2 dei 13 imputati, Emeka Obi e Gianluca Di Nardo. Gli intermediari sono stati infatti condannati a quattro anni di reclusione per concorso in corruzione internazionale, nel procedimento a porte chiuse andato avanti parallelamente alle udienze presso la settima sezione del tribunale penale di Milano.

Dopo aver rigettato la richiesta di costituzione di parte civile delle organizzazioni britanniche Corner House e Global Witness, della nigeriana Human and Environmental Development Agenda (HEDA) e dell'italiana Re:Common, nonostante il ruolo svolto da queste ultime nella vicenda - in primis la presentazione dell'esposto che ha dato il via all'indagine - il presidente della corte, Marco Tremolada, ha assolto alla pratica dell'ammissione delle prove.

Ovvero l'ultimo passaggio prima della trattazione dei fatti da parte dei pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro e del primo interrogatorio dei testi dell'accusa, con protagonista il tenente-colonnello della guardia di finanza Alessandro Ferri.

Tra i fatti rammentati da Ferri, c'è anche la causa civile svoltasi a Londra che ha praticamente innescato l'intero caso di corruzione internazionale. Ci riferiamo al procedimento intentato dal già citato Obi nei confronti di Dan Etete, ex ministro del Petrolio del paese africano, nonché reale proprietario della Malabu, la società che ha ceduto i diritti del giacimento OPL 245 all'Eni e alla Shell.

Obi chiedeva il pagamento, mai ricevuto, di una parcella di 215 milioni di dollari. Era il 2013, i giudici inglesi diedero ragione a Obi, riducendo l'importo totale alla metà. Poco dopo la somma fu congelata su richiesta del pm De Pasquale che aveva iniziato a indagare sul caso. È legittimo affermare che forse senza lo scontro tra Obi ed Etete non avremmo mai sentito parlare di OPL 245.  

Adesso ci attende un mese di ottobre molto ricco di udienze, con l'esame, tra gli altri, del capo del Proceeds of Corruption Unit inglese, Jonathan Benton, dell'esponente di Global Witness, Simon Taylor e, dulcis in fundo, di Luigi Zingales. L'ex membro del cda dell'Eni si dimise nel 2015 “per non riconciliabili differenze di opinione sul ruolo del consiglio nella gestione della società”.

Zingales è addirittura finito sul registro degli indagati per aver partecipato al complotto atto a screditare l'attuale ad di Eni, Claudio Descalzi. Una vicenda che nel corso del tempo non solo si è sgonfiata, ma anzi si è scoperto che era in corso un tentativo di depistaggio per compromettere l'inchiesta sul caso OPL 245, vicenda in cui è fortemente coinvolto uno degli avvocati dell'Eni, Piero Amara.  

In attesa di sentire la versione dei fatti dalla bocca degli imputati, l'interrogatorio di Zingales si preannuncia come uno dei più interessanti e forse decisivi per capire se l'Eni e i suoi manager hanno davvero pagato una maxi-tangente per mettere le mani sulla licenza OPL 245.