Etiopia / Eritrea
Tentativi di disgelo

Nella foto in alto: un militare etiopico di guardia nella periferia di Badme.

Sopra: la mappa con le zone di frontiera contese, assegnate dalla commissione internazionale per la delimitazione dei confini.

All’inizio di giugno ha fatto scalpore la dichiarazione del nuovo primo ministro etiopico, Abyi Ahmed, che si è detto disponibile ad accettare integralmente gli accordi di pace con l’Eritrea, firmati ad Algeri nel dicembre del 2000, che mettevano fine alla guerra scoppiata tra i due paesi nel maggio del 1998 per questioni di confine.

Badme, la contesa

Simbolo del conflitto era la cittadina di Badme, a lungo contesa tra i due paesi e che, probabilmente per un incidente sfuggito di mano, era stata occupata dall’esercito etiopico facendo deflagrare uno scontro sanguinoso.

Esperti di questioni militari stimano che ci siano stati circa 100.000 morti in poco più di due anni, in maggioranza militari dell’esercito etiopico che era penetrato profondamente nel territorio eritreo, fermato con uno sbarramento di fuoco ai piedi delle scarpate che portano all’altipiano dove si trova Asmara, la capitale.

Tra i punti più rilevanti dell’accordo c’era il ricorso ad una commissione internazionale che avrebbe definito i confini tra i due paesi, il cui verdetto doveva essere definitivo e vincolante. La sentenza arrivò nella primavera del 2002 e assegnava Badme all’Eritrea. L’Etiopia non accettò la decisione e non ritirò l’esercito dalla cittadina, anzi ben presto passò dall’amministrazione militare a quella civile.
Fu subito chiaro che la comunità internazionale non avrebbe fatto granché per costringere l’Etiopia a rispettare la firma di Algeri.

Conflitto di comodo

Dal momento che la guerra, e dunque lo stato di emergenza, non era finita, il regime eritreo - già ben avviato verso la militarizzazione del paese - accelerò le politiche di chiusura verso il mondo esterno, di allerta perpetua della popolazione e di concentrazione nelle mani del partito al potere dell’economia.

Per oltre 15 anni il governo di Asmara si è retto su questo assunto e grazie a queste politiche. Non è arretrato di un passo, nemmeno davanti all’emorragia dei giovani che scappavano a migliaia ogni mese dal servizio di leva militare a vita e venivano a morire nelle acque del Mediterraneo, dopo essere passati dalle mani dei trafficanti di uomini.

Nessun provvedimento è stato preso per evitare l’implosione economica del paese, derivata in gran parte dalla nazionalizzazione dei settori portanti dello sviluppo. Le carceri sono ancora piene di migliaia di oppositori, molti trattenuti da anni senza processo. Tra loro politici, giornalisti, uomini d’affari, credenti di confessioni cristiane non autorizzate.

Il silenzio di Asmara

E’ in questo contesto che è caduta, probabilmente come una bomba inaspettata, la dichiarazione del nuovo premier etiopico, disposto a rimettere in moto le trattative di pace e ad accettare integralmente il verdetto della commissione per i confini, e dunque a ritirarsi dalla località simbolo del conflitto, quella Badme che non esiste neppure sulle carte geografiche e di nessun peso né economico né strategico, per cui decine di migliaia di giovani etiopici erano stati mandati al massacro ai piedi dell’altopiano eritreo.

Ora la palla, trattenuta nel campo avversario per troppi anni, è nelle mani di Asmara, hanno pensato e scritto in molti, rallegrandosi per la prossima pace che avrebbe rimesso in moto la vita in Eritrea e sciolto molti dei nodi che hanno diffuso instabilità in tutta la regione. Ma chi conosce più a fondo il modo di pensare della leadership eritrea, più prudentemente, ha aspettato che anche il governo eritreo si pronunciasse. Ebbene, ad una settimana di distanza, non è ancora arrivato un comunicato ufficiale.

I siti vicini al governo sono però piuttosto attivi in questi giorni. E le loro analisi non lasciano dubbi: nulla è cambiato, per ora. Le dichiarazioni del governo etiopico non sono state discusse dal parlamento, dunque non sono che propaganda ad uso e consumo degli investitori stranieri. E anche gli oppositori non hanno rilasciato dichiarazioni rilevanti. Hanno fatto osservare che il prerequisito richiesto dal governo eritreo per riprendere le trattative, era il ritiro delle truppe etiopiche da Badme e senza questo provvedimento non sarebbe arrivato nessun segnale di interesse da parte di Asmara.

Potere in crisi

L’unica dichiarazione ufficiale, per ora, è arrivata dalla chiesa cattolica ed è stata diffusa dal sito del Vaticano. I religiosi cattolici vedono positivamente l’offerta di pace etiopica. Certamente rispecchiano il pensiero di moltissimi eritrei, non solo cattolici, ma di sicuro non quelli della leadership, cui si sono contrapposti in diverse occasioni.

D’altra parte, la pace toglierebbe dalle mani del governo la maggioranza degli strumenti con cui ha tenuto in pugno il paese dal 2000 ad oggi. Caduta l’emergenza dovuta allo stato di guerra fredda con il vicino, come trasformare le politiche che hanno finora imposto senza perdere il potere? Si può scommettere che, fino a quando non avranno chiaro un nuovo scenario in cui potranno continuare ad essere i protagonisti, non ci sarà nessuna dichiarazione di interesse da Asmara.

Intanto a Badme non sono certamente entusiasti di tornare alla madrepatria. La popolazione è cambiata (molti residenti sono ormai ex militari etiopici) e le politiche eritree hanno svuotato il paese dai suoi stessi cittadini. L’Etiopia si è intanto sviluppata ad un ritmo accelerato, e i dividendi dello sviluppo cominciano ad arrivare anche nelle zone rurali. Ma soprattutto la gente si sente libera di muoversi, di programmare la propria vita, senza interferenze governative troppo pesanti.

Tutto questo fa pensare che, nonostante le aperture etiopiche, la pace tra i due paesi un tempo fratelli sia ancora di là da venire.