Pena di morte / Rapporto Amnesty 2018
Un faro di speranza per l’Africa subsahariana

Si illumina un faro di speranza in direzione dell’Africa subsahariana nell’ultimo rapporto sulla pena di morte nel mondo diffuso oggi da Amnesty International. Nel 2017 nella regione si è infatti registrata una generale diminuzione di condanne alla pena capitale ed esecuzioni, accompagnata da sviluppi legislativi che in diversi paesi già da quest’anno potrebbero tradursi in centinaia di vite umane strappate al braccio della morte. Rispetto al 2016, nel 2017 i paesi “esecutori” sono passati da cinque a due, anche se nel complesso sono aumentate le esecuzioni (da 22 a 28).

I casi più virtuosi, al netto di contesti che rimangono difficili, sono la Guinea, diventato il 20° stato della regione ad aver abolito la pena di morte per tutti i reati - ma dove a fine 2017 rimaneva appesa a un filo la vita di 12 persone - e il Kenya, che ha abolito la pena capitale con mandato obbligatorio per il reato di omicidio.

Guardando a tutta l’Africa, il rovescio della medaglia si riflette soprattutto su tre paesi: Egitto, Somalia e Nigeria. In Egitto le esecuzioni sono diminuite sensibilmente (35, il 20% in meno rispetto al 2016) ma sono aumentate le condanne a morte (da 237 a 402), impennata che assegna al paese del presidente Abdel Fattah al-Sisi un inquietante primato tra gli stati del Nord Africa e del Medio Oriente. Situazione negativa anche in Somalia, dove le esecuzioni sono raddoppiate (da 14 a 24, la metà delle quali nella regione semi-autonoma del Puntland) e dove alla fine del 2017 erano almeno 124 le persone detenute nel braccio della morte. Il dossier più delicato rimane però quello della Nigeria. Il paese del presidente Muhammadu Buhari è quello che ha comminato il maggior numero di sentenze capitali (il 71% nell’Africa Subsahariana) e quello con il più alto numero di persone destinate al patibolo.

Africa subsahariana

Nonostante le dimensioni del fenomeno rimangano preoccupati, per Amnesty International l’Africa subsahariana nel 2017 è stata la regione che ha fatto i maggiori passi avanti verso l’abolizione della pena di morte. Oltre alla Somalia, l’altro paese in cui sono state effettuate delle esecuzioni è stato il Sud Sudan, martoriato dal 2013 da una guerra civile che continua a mietere vittime e profughi. Nessuna esecuzione si è registrata invece negli altri paesi in cui invece si era ucciso nel 2016, vale a dire Botswana, Sudan e Nigeria. Il dato preoccupante, però, è che in Botswana e Sudan nei primi tre mesi del 2018 si è già assistito a delle esecuzioni.

Tra il 2016 e il 2017 è diminuito il numero complessivo delle condanne a morte (da 1.086 nel 2016 a 878, -19%) e il numero dei paesi che hanno emesso sentenze capitali (da 17 a 16).

Oltre a Guinea e Kenya, ci sono stati sviluppi sul piano legislativo in Burkina Faso e Ciad. Madagascar e Sao Tomè e Principe, dove la pena di morte era già stata abolita, hanno ratificato il Secondo protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici finalizzato all’abolizione della pena. Lo stesso protocollo è stato firmato dal governo del Gambia. Segnali positivi anche in Sierra Leone.

Secondo Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, “mentre i governi di questa regione continuano a fare passi avanti verso il ripudio, o quanto meno la riduzione dell’uso della pena di morte già nel corso del 2018, l’isolamento degli stati che ancora la mantengono in vigore non potrebbe risultare più profondo. Ora che 20 stati dell’Africa subsahariana hanno abolito la pena di morte per tutti i reati, è davvero il momento che il resto del mondo segua la loro direzione e consegni questa abominevole punizione ai libri di storia”.

È in quest’ottica che va interpretata l’approvazione, nel maggio 2017 a Niamey, di una risoluzione sul Diritto alla vita in Africa durante la 60° Sessione ordinaria della Commissione africana sui diritti umani. Un appello deciso rivolto a quei paesi del continente che ancora faticano a lasciarsi alle spalle il loro passato.

L’organizzazione è al contempo consapevole che sono molti ancora gli ostacoli da superare, a cominciare dal diritto alla difesa di cui molti detenuti che si trovano nel braccio della morte non vengono messi nemmeno a conoscenza. Accade, in particolare, in Ghana dove i carcerati con cui Amnesty è riuscita a parlare hanno dichiarato non solo di non avere pienamente compreso il proprio diritto a ricorrere in appello, ma anche di essere convinti che per vedersi riconosciuto questo diritto si sarebbero dovuti rivolgere a degli avvocati non d’ufficio pagando parcelle molto alte.

In Ghana, come in altri paesi africani, questo vuoto di comunicazione e di informazioni non trasmesse dalle autorità, risucchia ogni anno le vite di decine di persone che avrebbero invece potuto e dovuto difendersi come previsto dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, in base al quale, specifica il rapporto di Amnesty, “ogni individuo condannato a morte ha il diritto che le accuse mosse nei suoi confronti e che la sentenza siano sottoposte a revisione da una corte di grado superiore indipendente, imparziale e competente”.

Nord Africa

Il Nord Africa insieme al Medio Oriente è la regione in cui a livello globale nel 2017 è stato comminato il maggior numero di condanne a morte per reati connessi alla droga. Tra gli Stati nordafricani, come detto, la situazione peggiore è in Egitto. Gli uomini sono i principali destinatari di esecuzioni (34 su 35) e condanne a morte (394 su 402). I reati maggiormente contestati sono stati violenza politica (rispetto ai quali Amnesty International ha denunciato dei processi iniqui svoltisi di fronte a tribunali militari), omicidio e stupro.

Nel resto della regione non sono state eseguite condanne a morte ma emesse “solo” sentenze capitali: 27 in Algeria, 25 in Tunisia, 15 in Marocco e Sahara occidentale (15). In Marocco, in particolare, a fine 2017 erano 95 le persone detenute nel braccio della morte.

Radar quasi del tutto spenti, infine, sulla Libia dove si sono contate appena 3 condanne a morte. Ma qui, come in Siria, è in corso una guerra. E le esecuzioni sommarie, di cui non vi è traccia ufficiale, sono uno dei tanti orrori di scontri armati e violenze che non accennano a finire.