TATALITA - FEBBRAIO 2017
Un giorno farà giorno

Nella tradizione il baobab è il simbolo degli antenati, della cultura ancestrale. È un albero incantevole e sacro. Sotto la sua ombra il villaggio si riunisce per risolvere i conflitti, per cercare soluzioni condivise di un problema, per raccontare le storie intorno al fuoco la notte.

Emmanuel era orfano di madre e padre. Per sfuggire alla durezza della zia tutrice, era diventato un godobé, un bambino di strada. Quando poteva, adorava tuttavia rifugiarsi accanto alla nonna che gli raccontava tante storie antiche di uomini e animali, tramandate da padre in figlio per spiegare il perché delle cose e la differenza tra bene e male.

Il piccolo Emmanuel diventava pian piano il cantastorie dei bambini di strada che lo ribattezzarono Malepopo, che in lingua banda significa “il cuore del baobab”.

Il Centro culturale francese di Bangui, capitale del Centrafrica, l’aveva classificato come godobé e nel 1992 per cercare di reinserirlo nella società, gli offre la possibilità di andare a Pointe Noire (Congo), per seguire un ciclo di lezioni e diventare attore teatrale professionista. In seguito, torna a Bangui e fonda Gbako un gruppo teatrale e musicale oggi molto noto.

«Gli uomini politici sono peggio dell’aids». Questa affermazione durante una rappresentazione al tempo del presidente Patassé (1993-2003) gli vale la prigione e la tortura. L’intervento dell’ambasciata di Francia lo salva e gli procura un visto di rifugiato.

Nel 1999 comincia così la sua vita di migrante, «senza punti di riferimento, come un sasso nel mare», dice Malepopo. All’inizio, pensava erroneamente di poter contare sugli amici scenografi francesi per trovare un lavoro e inserirsi nel nuovo mondo. Non demorde, perfeziona la sua formazione, fino ad affermarsi in Francia come comico, cantastorie e cantante. È incaricato della programmazione artistica e culturale della regione della Lorena a titolo di esperto esterno. Si afferma a livello internazionale con tournée anche in Africa e America del Sud.

L’ex bambino di strada ora ha una casa, un lavoro, una larga fama. Ma il baobab di Sibut, terra natale al centro del paese, interpella il suo cuore a fare qualcosa per i suoi fratelli. Costruisce un centro culturale equipaggiato di computer, strumenti musicali, gruppo elettrogeno. La ribellione armata Seleka di quattro anni fa al suo passaggio distrugge e ruba tutto. Ricercato dai Seleka, è costretto a rifugiarsi di nuovo in Francia.

Da alcuni mesi è tornato in Centrafrica per ricominciare. Arrendersi comporterebbe un debito morale nei confronti del suo popolo e soprattutto nei confronti di quei pochi che con tanta fatica lottano per un futuro diverso.

Vuole dare un’altra possibilità a tutti quei bambini che giocano solo alla guerra, a quei giovani che si sono uniti ai gruppi ribelli e hanno perso il senso della vita. Le difficoltà sono tante per lui, straniero in Francia e ora visto come straniero a casa sua. Con i suoi risparmi ha riaperto il centro di formazione all’informatica, di alfabetizzazione, di formazione artistica e di animazione culturale attraverso cineforum. I giovani, che prima entravano armati nella sala di proiezione e spesso la serata degenerava in rissa, ora possono vedere un film in silenzio e disarmati.

Tre giovani ex ribelli sono adesso i musicisti che lo accompagnano nei concerti. Con lo sguardo meravigliato, gli dicono: «Grazie Malepopo, ora sappiamo che le cose possono essere diverse».

Gli chiedo che cosa gli dà forza e speranza: «Io ero un bambino di strada. Ora ho un nome e una casa in Francia. Sono sicuro che un giorno farà giorno».