Zimbabwe, un anno senza Mugabe
Un paese ancora immobile

È passato poco più di un anno da quando il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, da 37 anni al potere, fu costretto a dimettersi sotto la pressione dell’esercito zimbabwano e grazie al voltafaccia dei membri del suo stesso partito, lo Zanu-Pf. Poco prima aveva licenziato il suo vice e braccio destro, Emmerson Mnangagwa (foto piccola), detto “il coccodrillo” per la sua astuzia politica, con l’intento di far salire al potere sua moglie Grace.
Fu quell’errore a scatenare la collera della vecchia élite politico-militare zimbabwana che spodestò il 94enne presidente, mettendo al suo posto Mnangagwa, da sempre considerato come suo successore naturale.

Come da copione, a fine luglio, Mnangagwa ha poi vinto al primo turno le prime elezioni post-Mugabe. Sin da subito ha voluto presentarsi come portatore di cambiamento dentro e fuori il paese, per ottenere legittimità e tornare a ricevere aiuti internazionali dopo gli anni di repressione dei diritti e di disastrosa politica estera del suo predecessore.

Già alle elezioni, però, qualcosa è andato storto. Per reprimere le proteste dell’opposizione - che denunciava brogli e irregolarità - durante lo spoglio delle schede elettorali, l’esercito ha sparato sui manifestanti, causando sei vittime e diversi feriti. Sotto pressione internazionale, Mnangagwa ha istituito una commissione d’inchiesta, ma qualche settimana fa i generali zimbabwani hanno negato ogni responsabilità dei loro uomini, nonostante ci siano foto e prove video a testimoniarlo.

Nel frattempo l’opposizione del Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC) guidata dal giovane Nelson Chamisa, continua a non riconoscere i risultati elettorali. Prima ha fatto ricorso per l’annullamento del voto presso la Corte Costituzionale che però lo ha rigettato a fine agosto, definendo le istanze non dimostrabili. Poi, a fine ottobre, si è autoproclamato “presidente del popolo” e offrendo più volte allo Zanu-Pf di creare un governo di unità nazionale per un periodo transizione e risolvere la crisi politica ed economica in corso. Ma Mnangagwa e il suo partito continuano ad ignorare l’opposizione.

Emergenza economica

Di sicuro però “il coccodrillo” non può ignorare la grave situazione dell’economia nazionale, ancora cronicamente ammalata. L’inflazione è arrivata al 21% in ottobre e la disoccupazione resta all’80%, secondo le stime. In settembre il Programma alimentare mondiale ha annunciato l’invio di aiuti alimentari a oltre un milione di zimbabwani delle zone rurali, colpiti da insicurezza alimentare a causa del clima e della prolungata crisi.

Nelle pompe di benzina c’è scarsità di carburante, per non parlare della carenza di cibo e medicinali, venduti a prezzi altissimi a causa della mancanza di valuta estera. Infatti, a causa dell’inflazione, lo Zimbabwe dall’aprile 2009 ha sostituto la valuta nazionale con il dollaro statunitense, poi nel 2016 è dovuto passare alle “bond notes” che oggi cominciano a scarseggiare.

Manovre insufficienti

Mnangagwa e i suoi cercano di correre ai ripari. Un mese fa ha sospeso il divieto di importare beni di prima necessità e generi alimentari dall’estero. La scorsa settimana è stata poi presentata la tanto attesa legge di bilancio - intitolata, non a caso, “l’austerità ci condurrà alla prosperità” - che prevede un budget di 6,6 miliardi di dollari e una crescita del 3,1% per il prossimo anno. Gli stipendi del presidente, degli alti funzionari e dei ministri, subiranno tagli del 5% a partire dal prossimo anno.

È poi prevista la privatizzazione delle imprese statali in perdita, il pensionamento di tutti i dipendenti pubblici di età superiore ai 65 anni e la riduzione di oltre 3 mila funzionari dall’organico della pubblica amministrazione. I salari dei dipendenti pubblici zimbabwani assorbono infatti il 90% delle entrate dello Stato. Le stime parlano di almeno 250mila salari, un vero e proprio buco nero su cui il governo vorrebbe fare maggiori controlli.

Sicuramente potrebbe essere utile per far ripartire il settore agricolo, la decisione di inserire nel budget 53 milioni di dollari di compensazione per i proprietari terrieri bianchi che sono stati espropriati delle loro terre durante la controversa riforma agraria di Mugabe, attuata nei primi anni 2000.

Si tratta di misure necessarie, ma forse non sufficienti. È vero che un solo anno non è abbastanza per risolvere problemi economici così grandi, ma per una vera svolta servirebbe innanzitutto una lotta seria contro la corruzione dilagante e probabilmente una pacificazione sociale, con l’apertura di un dialogo con Chamisa e l’opposizione.