Sud Sudan
Una pace lontana

Foto: Jacob Zocherman / IRIN

Non passa giorno senza che dal Sud Sudan arrivino notizie a dir poco preoccupanti. L’ultima, per ora, è arrivata da Juba, la capitale, dove una commissione dell’Igad - l’organizzazione regionale incaricata delle trattative di pace - ha appena concluso una missione preparatoria al nuovo round dei negoziati, che era previsto per la fine di aprile ad Addis Abeba. Il risultato è stato sconcertante, ma non inatteso: l’appuntamento è stato rimandato a maggio, ma nessuna data è stata per ora comunicata. Il che significa che le posizioni sono ancora così distanti da comportare un lungo lavoro preliminare per evitare ulteriori scontri al tavolo negoziale.

Infatti, nelle ultime settimane le novità nel quadro della sempre più intricata crisi sud sudanese sono state numerose e tutte dovranno trovare un posto nel complicato puzzle che i mediatori devono cercare di comporre prima dell’inizio delle trattative.

Il ritorno di Malong

Intanto l’affollato gruppo delle forze di opposizione armata si è arricchito di un nuovo elemento, il South Sudan United Front (SS-UF), formato da Paul Malong Awan, ex capo di stato maggiore dell’esercito sudanese ed ex grande alleato del presidente Salva Kiir. Malong, sollevato dall’incarico improvvisamente l’anno scorso, messo agli arresti domiciliari per diversi mesi e poi mandato in esilio in Kenya, chiede ora il suo posto al tavolo dei negoziati.

Ma il governo si oppone fermamente, perché, dice il ministro dell’informazione Michael Makuei Leuth, è un corrotto inaffidabile. La dichiarazione viene ben presto chiarita dal portavoce del presidente, Ateny Wek Ateny, che racconta pubblicamente un episodio illuminante di come vanno le cose nel paese. Nella tarda primavera del 2016, appena formato il governo di transizione in cui, secondo gli accordi di pace firmati l’anno precedente, era vicepresidente Riek Machar, capo del maggior movimento di opposizione, Malong si era dato disponibile a sloggiarlo una volta per tutte. La banca centrale era stata aperta nottetempo e gli erano stati consegnati 5 milioni di dollari per la missione.

E così il regime stesso conferma le peggiori ipotesi sugli scontri di Juba del luglio 2016, in cui centinaia di civili erano rimasti uccisi mentre il conflitto si estendeva anche alla regione dell’Equatoria, nel tentativo appunto di far fuori fisicamente Machar, in fuga attraverso la regione verso il confine con la Repubblica democratica del Congo, dove verrà recuperato dalla locale missione di pace. Tentativo, dunque, fallito.

Machar viene comunque messo nell’angolo dalla diplomazia compiacente della comunità internazionale, relegato in Sud Africa e sostituito nel governo di transizione da Taban Deng, suo ex vice, cooptato direttamente dal governo di Juba. Il conflitto però non trova affatto una soluzione, anzi la crisi si complica.  Perciò nelle ultime settimane gli stessi diplomatici che lo volevano fuori dai giochi lo sdoganano, rendendosi conto che senza una delle parti in causa la pace è difficile raggiungere, ma il governo non lo vuol vedere al tavolo delle trattative, dove Machar intende invece sedere.

La piattaforma delle opposizioni

Altro elemento che dovrà essere preso in considerazione è la nascita di un cartello del resto dell’opposizione, dieci formazioni tra partiti politici e movimenti armati autorevoli e dal notevole seguito, di cui fanno parte politici di rilievo che hanno presentato una piattaforma comune difficilmente compatibile con l’agenda delle trattative, che si prefigge di rivitalizzare gli accordi di pace firmati nell’agosto del 2015 e collassati nel luglio del 2016. Chiedono infatti che il presidente Salva Kiir e Riek Machar si facciano da parte, così che il nuovo governo di transizione sia guidato da una leadership diversa. Propongono di sperimentare un sistema federale, cui il governo si oppone fermamente, e di tornare alla suddivisione del Sud Sudan in 10 stati, come previsto dalla costituzione provvisoria e dagli accordi del 2015, cancellando gli attuali 32 decisi unilateralmente dal regime di Juba, che hanno polverizzato il paese in enclave su base etnica, se non addirittura clanica.

Insomma, per ora non è affatto chiaro cosa si andrà a discutere ad Addis Abeba e chi siederà attorno al tavolo negoziale. E’ chiarissima, invece, la totale mancanza di interesse a trovare una soluzione alla crisi dell’attuale leadership, che continua a porre condizioni ben poco giustificabili, anche dopo aver svelato di aver la responsabilità del collasso degli accordi precedenti. E’ pure chiarissima, ormai, l’inadeguatezza della mediazione regionale che non ha saputo mantenersi imparziale, per interesse o per incapacità di gestire le complesse dinamiche politiche, etniche ed economiche del conflitto.

Nomi e cognomi

Certo non si può dire che queste dinamiche non siano sufficientemente conosciute. Sulla crisi sud sudanese sono state scritte migliaia e migliaia di pagine. Si potrebbe dire senza timore di esagerare che ogni aspetto, ogni circostanza, ognuno degli innumerevoli efferati episodi che hanno scandito i lunghi anni della guerra civile sono stati indagati e descritti in precisi e documentati rapporti da parte di istituzioni come l’Onu e l’Unione Africana, o di autorevoli organizzazioni non governative, come Amnesty International e Human Rights Watch, e più recentemente The Sentry, per quanto riguarda il peso della corruzione nel conflitto, per citare solo le più conosciute.

Nei rapporti si trovano i nomi e i cognomi dei responsabili dell’implosione del paese e delle immani sofferenze della sua gente. Sono gli stessi che mettono ancora condizioni alle trattative e che pretendono di avere un posto attorno ad un tavolo di cui hanno disatteso colpevolmente gli accordi. Ci si chiede se non ci sia un’altra strada per cercare una soluzione alla crisi. Un impegno più diretto dell’Onu e dell’Unione Africana, ad esempio. Sanzioni serie ai leader riconosciuti responsabili della crisi. Una gestione internazionale delle risorse del paese, per impedire che vengano razziate per alimentare il conflitto. Certo una via diversa va almeno ipotizzata, perché quella percorsa finora si è rivelata fallimentare.