Ambiente minacciato
Zambia, addio al Lower Zambesi National Park

Il Lower Zambesi National Park, uno dei luoghi naturalistici più importanti dell’Africa centro-meridionale, si trasformerà presto in una miniera a cielo aperto. Lo ha deciso l'Alta Corte di Lusaka che dopo anni di tira e molla ha revocato la sospensione dell'esecuzione dei lavori.

Sospensione precedentemente concessa contro l'apertura di un progetto minerario nel parco nazionale. “Kangaluwi”, questo il nome dato al programma di sfruttamento dell’area, è stato chiesto e affidato alla compagnia australiana Zambezi Resources.

A nulla sono valsi anni di battaglia di associazioni ambientaliste, ong e società civile, impegnate dal 2012 per impedire la «consegna del parco a chi distruggerà questo grande patrimonio faunistico e naturalistico», commentano a Nigrizia attivisti presenti da tempo sul territorio. Sono almeno sei le ong ambientaliste che monitorano l’area.

Molte zone d'ombra

L’Alta Corte, dicono, «ha ceduto alle pressioni politiche e di investitori di cui non sono chiare le intenzioni, così come non è chiara la ragione sociale della stessa impresa che scaverà nel parco». Anche l’agenzia per l’ambiente - Zambia Environmental Management Agency (ZEMA) - aveva dato parere negativo all’autorizzazione ai lavori. Parere poi di fatto cancellato, con un via libera, dall’ex ministro della terra, risorse naturali e protezione ambientale, Harry Kalaba.

Una situazione paradossale, visto che poco tempo dopo lo stesso ministro aveva chiesto che fosse implementata la Convenzione sulla diversità biologica, quindi contro lo sfruttamento minerario di aree naturalistiche. C’è grande incertezza, inoltre, per quel che riguarda la compagnia a cui è stato accordato lo sfruttamento dell’area. Si parla di estrazione di rame, lo Zambia è il secondo paese al mondo per questa risorsa.

Scatole cinesi

La licenza per i lavori è detenuta dalla Mwembeshi Resources Ltd, ma non è ancora chiaro quale sia la sede giuridica della proprietà dell’azienda, Grand Resources Ltd. La registrazione risulta a Dubai ma ci sono diffusi sospetti che si tratti di una proprietà cinese e la Cina da queste parti non è un ospite molto desiderato. I leader del paese hanno concesso notevoli investimenti, soprattutto nel settore minerario (rame, carbone, nichel, uranio e pietre preziose).

Eppure sarà difficile impedire altri vantaggi al colosso cinese che tiene ben stretto il paese con un cappio alla gola. Un cappio che si chiama debito. Lo Zambia infatti è il paese dove la Cina è il maggior singolo creditore e il maggiore finanziatore di investimenti. In totale il debito dello Zambia, nel 2018, ammontava a 9.4 miliardi di dollari. A questi vanno aggiunti prestiti ai quali fanno da garanzia compagnie di proprietà dello Stato. Il 44% di questi debiti è nei confronti della Cina.

Turismo a rischio

A meno che non venga presentato un ricorso, la società mineraria sposterà presto mezzi e persone sul sito e inizierà i lavori di sgombero. Va anche sottolineato che l’intera area vive soprattutto di turismo.

La notizia, così, sta provocando reazioni in tutta la comunità zambiana e regionale che lavora o gravita nel settore turistico. Il Lower Zambezi National Park è una delle maggiori garanzie di sviluppo per gli abitanti. Almeno 700 persone vi lavorano, alle quali va aggiunto l’indotto. E ognuna di loro significa il sostegno a migliaia di famiglie. Certamente non sarà lo stesso per queste persone lavorare in miniera, se dovessero perdere il lavoro a causa di questo controverso progetto e se gli venisse in cambio offerto un contratto nell’attività estrattiva.

Progetto perdente

Sul “Kangaluwi” ci sono molti dubbi, sollevati anche da esperti indipendenti, come la dottoressa Kellie Leigh, autrice della valutazione del 2014, richiesta dalla Lower Zambesi Tourism Association. «Non sappiamo perché Mwembeshi abbia voluto questa autorizzazione a tutti i costi. La valutazione, fatta con il contributo di alcuni importanti esperti minerari dello Zambia, ha evidenziato che la proposta della miniera non è sostenibile né dal punto di vista ambientale né da quello economico», e questo sulla base delle informazioni fornite dalla stessa azienda mineraria. Nel sito, infatti, non ci sarebbe un’altissima concentrazione del minerale, i costi di estrazione sarebbero enormi, senza considerare quelli del trasporto verso la raffineria più vicina, a circa 500 km di distanza.

Danni incalcolabili

I danni ambientali sono al momento incalcolabili. Una miniera di tal sorta è incompatibile con la biodiversità. Il sito si trova tra due fiumi che sfociano nello Zambezi. Il rischio di inquinamento e danni collaterali all'ambiente è dunque elevatissimo, così come l'impatto che la miniera avrà sulla fauna selvatica.

Va detto - dicono esponenti di associazioni che per anni si sono battute contro questo progetto - che non esistono criteri per stabilire regole e principi secondo i quali autorizzare o meno lavori di questo genere in aree protette. Decisioni che rimangono quindi discrezionali e spesso sospette. Di certo, questa autorizzazione segna un brutto precedente.

Scavare nell’area dello Zambesi, scavare nel Lower Zambesi National Park, 4.092 chilometri quadrati di bellezza, vorrà dire insistere su un territorio protetto dall’Unesco, visto che il parco si trova proprio di fronte al Mana Pools National Park, entrato nel patrimonio dell’umanità. Un’umanità che non ha a cuore il mondo in cui vive e trova tutti i modi per distruggerlo.