Si aggrava la crisi
Zimbabwe, gigante in ginocchio

Dalle elezioni dello scorso agosto lo Zimbabwe è scivolato in una nuova e profonda crisi economica. Il governo sta tentando di adottare soluzioni per evitare il tracollo, reprimendo con violenza le proteste e i malumori dei cittadini, ai quali mancano ormai anche i beni di prima necessità.

L’entusiasmo popolare per la deposizione dell’ex presidente Robert Mugabe, nel novembre 2017, è durato poco. Lo Zimbabwe infatti, sotto la guida dell’allora vicepresidente Emmerson Mnangawa, sta attraversando una profonda crisi economica che tra proteste e incerte soluzioni governative, non accenna a diminuire.

Lo stato dell’Africa australe ha registrato, lo scorso mese, un tasso di inflazione del 42% (a gennaio addirittura del 57%) contro il 4% di un anno fa, la disoccupazione si attesta intorno all’80%, il prezzo del carburante è tra i più alti al mondo ed alcuni beni di prima necessità scarseggiano. La situazione economica non è alleviata nemmeno dalle prospettive di crescita. Secondo le previsioni della Banca mondiale, infatti, l’aumento del prodotto interno lordo zimbabwano potrebbe raggiungere il 4% nel 2021 contro il 3.7% stimato per quest’anno.

Per fronteggiare i problemi economici il governo ha optato, lo scorso gennaio, per un aumento del 150% del prezzo del carburante, decisione che ha portato i cittadini ad indire proteste e manifestazioni represse nel sangue dalla polizia, con almeno 26 persone raggiunte da colpi di arma da fuoco e un imprecisato numero di morti. Alla misura, tesa ad aumentare il gettito fiscale, ha fatto seguito la decisione di emettere una nuova moneta come annunciato il 20 febbraio da John Mangudya, governatore della Banca centrale.

Le note obbligazionarie diffuse a partire dal 2016 e conosciute come “bond notes” (che avevano lo stesso valore del dollaro americano) insieme ai fondi elettronici, formeranno una nuova valuta, il dollaro RTGT che verrà scambiato a tasso di mercato e il cui valore non sarà più associato a quello del dollaro statunitense. La decisione, i cui effetti si vedranno solamente in futuro, ha però già ricevuto forti critiche riguardo la capacità dello Zimbabwe di sostenere una nuova moneta sulla base dell’instabilità economica e della mancanza di liquidità.

A pesare sono anche i debiti contratti dal paese. Per sostenere la sua economia Dallo scorso anno, lo Zimbabwe ha contratto prestiti per 985 milioni di dollari da istituti di credito stranieri, ha riferito oggi Mangudya alla commissione parlamentare sui resoconti pubblici.

La maggior parte dell'ammontare è stato dato da Afreximbank, che ha anticipato 641 milioni di dollari. La Banca del commercio e dello sviluppo è arrivata a 152 milioni, mentre la Banca centrale del Mozambico ha versato 25 milioni di dollari. Altri istituti di credito includono la Banca africana di sviluppo e la zecca sudafricana.

L’unica nota positiva arriva dalla riduzione delle sanzioni imposte dall’Unione europea al vicepresidente e ad alcuni membri del governo. L’allentamento delle sanzioni - avversato dalla Gran Bretagna, favorevole all’adozione una linea più dura - è stato sostenuto nonostante Harare si sia resa colpevole di un uso sproporzionato della forza contro i civili per sedare le proteste di gennaio e malgrado il moltiplicarsi delle denunce registrate nei mesi successivi, di azioni di ritorsione dei militari sulla popolazione.

Mantengono invece il pugno di ferro gli Stati Uniti che proprio ieri hanno rinnovato per un anno le sanzioni a 141 entità e individui nel paese, incluso Mnangagwa e l'ex presidente Mugabe. Per Donald Trump le politiche del nuovo governo continuano a rappresentare una "insolita e straordinaria" minaccia per la politica estera degli Usa.

Il rinnovo arriva nonostante le richieste dei leader africani - tra cui il presidente del vicino Sudafrica, Cyril Ramaphosa - affinché le sanzioni siano invece revocate, per dare al paese la possibilità di riprendersi dalla crisi economica.